Cosa cambia?
Perché cambia tutto!
Da tutte e due le parti: docente e discente.
Comprendere che esiste
una differenza emotiva nel rapporto che si instaura tra un insegnante ed un
discente e quella tra un “maestro” e l’allievo.
Sapere che insegnare ha un modo di comportarsi e risvegliare ne ha un
altro. Sostenere emotivamente che ogni rapporto di risveglio porta con sé dei
valori diversi e invece, alcune volte, nell’insegnamento non ci sono valori da
trasmettere. Ricordarsi che raggiungere l’obiettivo cercato nell’insegnare è
abbastanza facile in quanto il risultato è tangibile, mentre nel risvegliare il risultato è
intangibile e quindi difficile da valutare. Questi sono solo una piccola parte
dei fattori che creano un approccio diverso rispetto al metodo utilizzato nell’insegnamento
e quello usato nel risvegliare.
È una piccolezza? È una sottigliezza? Probabilmente sì. Per
i mediocri!
Se non parli di eccellenza, se la tua passione è diversa
dalla ricerca spasmodica del migliorare il mondo che ti circonda, se pensi che
sia una perdita di tempo, allora chiudi la pagina e goditi il “grande
fratello”.
Se invece sei amante delle cose incredibili, se ti stupisci
di fronte a gesta sportive eroiche, se ammiri i primi della classe, allora
ragiona insieme a me sull’argomento.
Partiamo dalla definizione di insegnare (tratta dal
vocabolario Treccani):
Insegnare: In genere, far sì, con le parole,
con spiegazioni, o anche solo con l’esempio, che qualcun altro acquisti una o
più cognizioni, un’esperienza, un’abitudine, la capacità di compiere
un’operazione, o apprenda il modo di fare un lavoro, di esercitare un’attività,
di far funzionare un meccanismo, ecc.
Credo che in linea di
massima usare la parola insegnare sia corretto per quelle attività dove ci sono
delle azioni da imparare: come si fa il caffè con la nuova macchinetta, come si
usa un nuovo programma installato nel computer, come si esegue al meglio un
movimento sportivo. Oppure quando si insegna un qualcosa di astratto, ma
tecnico, tipo: imparo l’inglese, imparo la matematica, imparo la geografia,
imparo l’educazione. Per queste cose insegnare è necessario e imparare è una
conseguenza della volontà. Facile, quasi ovvio. Potremmo discutere sui metodi, su
come interessare il discente, potremmo ragionare su quali siano gli approcci
relazionali migliori. Lo faremo un’altra volta, siate comprensivi.
In questo articolo
vorrei addentrarmi nelle zone più complesse dell’apprendimento e
dell’insegnamento. Se torno alla definizione mi chiedo: è una definizione
onnicomprensiva? Dipende da come si interpreta: credete sia possibile, con le
parole, spiegazioni o con l’esempio, insegnare ad una persona ad essere
empatica? Ancora: dipende!
Prima di andare avanti
sento la necessità di fissare alcuni concetti che ci permettono di andare più
spediti nel proseguo. Siccome sono un tipo eccessivo li chiamo paletti:
Primo paletto: un
comportamento, un atteggiamento, è utile se è “ecologico”. Una cosa è ecologica
se funziona oggi e anche tra 5 anni! Faccio un esempio: il detto “chi fa da sé
fa per tre” è ecologico? Per alcune persone sì, in realtà a lungo andare no!
Nel lavoro, ad esempio, fare tutto da soli non è poi così utile. In apparenza è
più semplice, a lungo andare è faticoso, più del condividere le proprie
conoscenze con gli atri. Lavorare in
gruppo è molto impegnativo, però, creando dei rapporti sani, otteniamo maggiori
risultati.
Secondo paletto: se cambiare
ci conviene lo facciamo! Gli adulti cambiano se percepiscono il vantaggio
ottenuto nel modificare i propri schemi o comportamenti. La cosa difficile è
capire qual è il vantaggio che una persona ritiene interessante. Ad esempio:
essere più emotivamente vicini al prossimo (empatia) ci aiuta a stringere delle
relazioni più solide e affidabili. Se la persona che dovrebbe imparare ad essere
empatica è stata tradita spesso dagli amici non accetta il consiglio. Dobbiamo
trovare un modo per capire come rendere per l’altro l’empatia un vantaggio e
non un limite. Quindi: buona ricerca!
Terzo paletto: se una
cosa che non condividiamo rende felice l’interlocutore allora va bene. È difficile
da accettare realmente: impegnatevi a rispettare le gioie degli altri. Esempio:
guardare un programma come il “grande fratello” diverte un mio amico. Una volta
che ho appurato che non è una mania, che sa distinguere realtà dalla finzione e
che ha scelto di investire venti minuti al giorno su un programma televisivo
perché si rilassa, non posso fare altro che augurargli buona visione ed essere
felice per lui!
Ultimo paletto:
parliamo per grandi numeri, persone “normali” e non per casi limite. Per quelli
c’è sempre tempo e divertimento nel trovare soluzioni innovative.
Torniamo alla
differenza tra l’insegnare e il risvegliare.
I valori, le
convinzioni e come relazionarsi con gli altri sono cose che non si possono
insegnare. Possiamo indicare la via, condividere un percorso, dare l’esempio se
ci viene richiesto. Nulla più.
Insegnare vuol dire
trasferire conoscenze da una persona che sa ad una persona che non sa.
Risvegliare significa
aiutare l’altro a comprendere come usare al meglio le potenzialità che ha.
Come faccio? Prima di
tutto per poter risvegliare negli altri qualcosa dobbiamo essere
ragionevolmente sicuri che siamo abbastanza preparati sull’argomento. Sia in
termini di teoria sia in termini di pratica. Se fossi riconosciuto dagli altri
come una persona egoista, potrei mai parlare di altruismo? Probabilmente sarei
poco credibile e sprecherei tempo.
Inoltre devo essere
consapevole che mi sto prendendo un impegno complicato, faticoso e a lungo
termine.
Risvegliare contiene
in sé un concetto strano come quello della relatività del tempo. Sono consapevole
che l’altro imparerà con i suoi tempi, i suoi modi e le sue paure. Quello che
posso fare è di essere presente in modo e misura diversa, in funzione del
momento storico della persona. Dovrò cambiare spesso: a volte sarò comprensivo,
altre sarò duro, altre ancora sarò divertente, altre distante. Consapevole che
dovrò cambiare atteggiamento e comportamento in funzione di ciò che ritengo più
corretto e utile per l’allievo.
Quando avrò
interiorizzato questi concetti, allora potrò iniziare a rivolgermi all’esterno
e quindi agli altri e farmi una domanda: l’altro vuole cambiare? È motivato a
farlo? Quali mezzi ha per farlo? Vi do la risposta più ovvia e sottovalutata
del mondo: chiedeteglielo direttamente, senza troppi giri di parole. Come fare?
Prendiamo l’empatia come esempio. Ecco una serie di suggerimenti:
- Siate sicuri che il vostro comportamento in merito all’empatia sia da esempio positivo.
- Chiedete direttamente all’altro se si sente una persona empatica.
- Capite dalla risposta se parlate la stessa lingua o se dovete chiarirvi su cosa intendete per empatia. Se siete d’accordo andate avanti, altrimenti chiaritevi e rifate la domanda e ascoltate veramente la risposta.
- Descrivete la situazione per come la percepite e mostrate perché non reputate ecologico il comportamento dell’interlocutore.
- Prendete ad esempio una persona che si comporta in modo corretto e descrivetene i motivi cercando di portare dati il più possibile oggettivi.
- Evitate di farvi portare a spasso con riferimenti ad esempi negativi e rimanete focalizzati sull’argomento e sulla persona che avete di fronte.
- Chiedete se vuole migliorare il suo livello di empatia e come vuole farlo.
- Rendetevi disponibili ad aiutarlo nel percorso.
Solo se la risposta è positiva comincia il risveglio!
E come risvegliare gli altri è un altro post futuro, forse...




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