Risvegliare la mentalità vincente


"Voglio gestire un gruppo vincente!"
Bravo, ottima affermazione. Per esperienza ti risponderei di getto: “costruiscitelo!”.
Ma non siamo tutti d’accordo sul fatto che si possa costruire un gruppo vincente. Ci sono persone che affermano che saper primeggiare è una dote innata, che è una qualità che pochi hanno e che non si può insegnare. È vero! Non possiamo insegnare a nessuno come vincere.
Possiamo però risvegliare la mentalità vincente di una persona, anche se ciò da cui non si può prescindere è che la persona in questione voglia veramente diventare un vincente, che sia pronta a faticare per ritrovare l’eccellenza che ha dentro di sé.
Ci sono persone che arrivano ad altissimi livelli di performance e poi crollano, che fanno fatica a ripetere prestazioni eccellenti per motivi di “testa”.
Altri non arrivano nemmeno ad esprimere le loro potenzialità massime, perché c’è sempre qualcosa che li blocca, che non permette loro di arrivare a livelli assoluti.
Altri ancora non ci provano, perché è stato insegnato loro che non hanno le capacità o perché non sono dei vincenti nati o, peggio, sono dei perdenti.
Questa è una delle sfide che più mi intriga, è una di quelle motivazioni che mi stimola oltre misura. È quello che amo fare: aiutare le persone ad esprimere il loro massimo potenziale attraverso una grande preparazione. Adoro permettere loro di sfruttare le proprie potenzialità al massimo e, contemporaneamente, di strutturare una solida mentalità vincente. Senza false speranze, semplicemente definendo insieme a loro l’obiettivo da raggiungere, cercando di essere il più possibile preciso ed onesto, e poi lavorare duro per risvegliare in loro i mezzi per raggiungerlo.
Ci sono molte teorie motivazionali, tecniche di leadership, corsi e pseudo scienze che insegnano come diventare un vincente. Sono tutte molto utili. Per quanto mi riguarda sono un sostenitore del fare. Partire da alcune chiacchiere per definire quale sarà l’obiettivo finale e quali saranno i passaggi intermedi, fermarsi per alcuni momenti di riflessione condivisa, utili per controllare il percorso fatto e il livello raggiunto. Oltre queste poche cose, tanto lavoro sul campo.
Fare, agire, sbagliare, ragionare, capire, ricominciare, migliorare. Tutte azioni. Poche chiacchiere e molte azioni.
Si impara a giocare a pallanuoto in acqua, con le porte ed un pallone e non seduti attorno ad un tavolo davanti a una lavagnetta. Si impara a gestire un cliente difficile sul campo, guardandolo negli occhi quando si lamenta, ascoltando il suo tono di voce, sentendo il suo odore. Si impara a gestire situazioni difficili affrontandole quotidianamente. La teoria è un supporto, non l’obiettivo. Sapere perché funziona un cellulare o conoscere la tecnologia che lo compone è inutile. A noi serve che abbia campo ovunque, che si possano fare le telefonate e sapere come creare delle scorciatoie per trovare velocemente in rubrica i numeri più utilizzati. Perché dovrebbe essere diverso con la mentalità vincente?
Quindi, ripeto,  tanto lavoro sul campo.
Provo a definire cosa intendo per mentalità vincente: “la capacita di esprimere stabilmente le proprie massime capacità, in ogni situazione.” Le situazioni possono essere semplici o complicate, facili o difficili, banali o impossibili: l’obiettivo è quello di essere eccellenti, sempre.
Quindi essere vincenti in ogni situazione. Faccio un paio di esempi sportivi che rendono le cose più immediate. Vincere quando si è più forti, sia con gli ultimi in classifica che con i secondi (perché, se siamo vincenti, i primi siamo noi); oppure ottenere il massimo risultato possibile con i propri mezzi a prescindere dal risultato assoluto, cioè fare il proprio record personale alle olimpiadi ed arrivare ultimo. Perché essere vincenti non significa essere primi. Se nella mia genetica posso fare i cento metri in 9 secondi e 99 centesimi so che al massimo posso arrivare settimo alle olimpiadi (a Pechino nel 2008 il tempo del sesto arrivato era 9 secondi e 97 ed è – nelle classifiche di sempre - uno degli 80 uomini che hanno rotto la barriera dei 10 secondi sulla distanza!). Se 9 e 99 è il mio miglior risultato, se sono vincente lo otterrò nel momento più importante della mia carriera: alla finale delle olimpiadi.
Cosa faccio quando mi chiedono di aiutare qualcuno a risvegliare la sua mentalità vincente? Nel mio piccolo mi sono scoperto a seguire le seguenti “non regole”.
Prima “non regola”: non esistono regole! Nel senso che tutto è variabile; in funzione della situazione contingente. Cercare di rimanere legati pedissequamente ad una regola è limitante, spesso controproducente.
Sembra banale, invece è un modo etico di approcciarsi alle persone. Se vogliamo risvegliare qualcosa nelle persone – perché insegnare mentalità o emozioni è impossibile! (se vuoi approfondire l’argomento, cerca l’articolo “Insegniamo o risvegliamo?”) – dobbiamo renderle consapevoli di chi sono e di cosa vogliono ottenere in funzione della situazione specifica.
Seconda “non regola”: definire l’obiettivo e fare. Strutturate un obiettivo esatto: deve contenere parole in positivo (dire “voglio fare questo” invece di “non voglio fare”…), elencare delle azioni precise e stabilire una data esatta per il raggiungimento dell’obiettivo.
Dopo di che si può passare alle azioni che aiutano a raggiungere gli obiettivi prefissati. L'azione è la parte più complessa, perché a parole siamo tutti bravi, ma i fatti sono un’altra cosa”).
Terza “non regola”: cerco di aiutare la persona a comprendere se gli obiettivi che si è fissata sono coerenti con le sue aspettative. Perché in fase di definizione dell’obiettivo posso non conoscere bene la persona e quindi potrei non avere i mezzi per aiutarlo a creare un obiettivo adeguato. Mi accerto che sia disposto a lottare e faticare per raggiungere la meta. Faccio un esempio: se una persona che ha come valore imprescindibile la famiglia rinuncerà al consueto pranzo con i parenti, contemporaneamente boicotterà la sua prestazione professionale. Quindi credo sia meglio allineare l’obiettivo con i propri valori, affinché non ci siano ostacoli inconsci e azioni auto-sabotative.
Quarta “non regola”: faccio una domanda banale: vuoi essere il primo degli ultimi o l’ultimo dei primi? Cioè, vuoi primeggiare ad un livello inferiore al tuo oppure vuoi lottare per trovare un posto tra coloro che sono più bravi di te? La risposta che mi interessa, quando lavoro per l’eccellenza, è una: meglio l’ultimo dei primi. Questa è la risposta di una persona motivata all’apprendimento. Tutto il resto sono parole. Le persone che ardono per la propria crescita personale sono quelle che conseguiranno i migliori risultati e sono quelle che opporranno minore resistenza al cambiamento.
Quinta “non regola”: condivido le possibili migliorie durante le azioni. Come mi approccio? In modo onesto e diretto, cerco di fare da specchio alla persona, restituendo il maggior numero di informazioni possibile su come si comporta nelle varie situazioni: gestibili o complesse, in gruppo o da solo, in emergenza o nelle routine. In che modo comunico? Per ogni persona provo ad usare un approccio differente, però sono quasi sempre diretto e schietto, evito di girare attorno al problema, mi accerto che il concetto sia chiaro, comprensibile e profondo. Sono consapevole di essere fallibile, nel contempo cerco di essere incisivo, efficace e adatto al linguaggio della persona che ho di fronte. Cerco il modo migliore per far comprendere all'interlocutore quali sono i suoi margini di crescita e su quali aspetti bisogna agire. Questo mio modo di gestire un rapporto è considerato spesso brutale e inopportuno. Sono convinto che sia il primo, faticoso, passaggio per la consapevolezza. 
Sesta “non regola”: giocare a carte scoperte. Con il massimo della sincerità che posso avere, comunico che il percorso sarà duro, spietato e molto faticoso. Per poter diventare un vincente le persone devono testarsi in situazioni critiche: le situazioni proposte saranno stressanti oltre misura, soprattutto mentalmente. Cercherò in tutti i modi di trovare i punti deboli della persona. Sarò intransigente ed estremamente pretenzioso. Farò di tutto, nei limiti della legalità, per portare la persona oltre il proprio livello. Contemporaneamente sarò il garante del rispetto dell'altro. Dichiaro tutto prima di cominciare e quando vedo dei cedimenti lo ricordo alla persona. Il mio è un ruolo: sono stato scelto per aiutare la persona a migliorare. Da parte mia il minimo che devo garantire è l’onestà, la correttezza, la sincerità e la coerenza, altrimenti non si possono ottenere risultati duraturi. Per contro, sono consapevole che apprendere cose nuove vuol dire far agire diversamente la persona. Paradossalmente, questo vuol dire spingere la persona a fare quelli che il suo cervello crede siano errori e quindi scontrarsi con delle resistenze al cambiamento molto ben strutturate. Per questo dovrò essere attento a tirare la corda al massimo, senza spezzarla e questo è un compito complicato che richiede molta attenzione.
Settima “non regola”: quando aiuto gli altri sono un esempio, sempre. Chi fa da coach è il fulcro della crescita, non l’obbiettivo. Per questo motivo il fulcro deve essere solido, flessibile, rapido, efficace, positivo. Dare l’esempio significa spogliarsi dal semplice ruolo del consigliere. Bisogna essere anche un punto di riferimento, un supporto concreto. Chi guida ha l'onere della responsabilità. Cercare di essere, nel profondo, un puro.
Ottava “non regola”: l’obiettivo è l’interdipendenza. Il percorso di crescita ha delle tappe abbastanza precise, non si può sperare di evitarle. Vi sono cioè dei momenti ben precisi che possono avere dei tempi diversi per il loro esaurimento. Tali momenti sono il percorso entro il quale la persona matura la sua capacità di essere un vincente e non possono essere evitati. Le tappe sono essenzialmente quattro: (i) la dipendenza (il coach è come un genitore per un bambino di 4 anni, tutto quello che dice è sacro e inviolabile), (ii) la contro dipendenza (il bambino diventa adolescente e si ribella ai vostri suggerimenti), (iii) l’indipendenza (l’adolescente diventa un piccolo uomo e comincia a fare autonomamente le proprie scelte) e (iv)  l’interdipendenza (l’adolescente diventa uomo e si confronta liberamente, alla pari e costruttivamente con il mondo esterno). Quelli sopraelencati sono quattro passaggi inevitabili, necessari e complessi. Non abbiate paura a favorirli. Quasi tutti gli insegnanti tendono a fermarsi al rapporto di dipendenza, hanno paura della contro dipendenza, rifiutano l’indipendenza e non sanno nemmeno che possa esistere l’interdipendenza…
Che altro dire? Siate onestamente coraggiosi!


P.S. volete approfondire? scrivetemi una mail, sono a vostra disposizione!

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