Gestire un gruppo: sport e lavoro sono paragonabili?

Vorrei andare un po’ controcorrente.
In questi ultimi anni va di moda accostare le metodologie di gestione delle squadre sportive ai team di lavoro. Per me è un grande errore. Le dinamiche sono totalmente diverse e basterebbe ragionarci un po’ per trovare delle differenze macroscopiche. Proviamo a farlo insieme.
Il mondo del lavoro ha degli sviluppi molto diversi dal mondo dello sport. Valori, aggregazione, organizzazione, remunerazione,  feedback, obiettivi sono alcune delle matrici di disomogeneità.  Vorrei ragionare in particolare su cinque differenze, quelle cioè che ritengo macroscopiche e che raccolgono gli elementi dell’elenco fatto poc’anzi.
Una premessa necessaria e non banale come apparentemente potrebbe sembrare: se vogliamo paragonare dei gruppi dobbiamo prendere degli insiemi simili. Non uguali, simili.  Le regole di base dovrebbero essere le stesse. Individuare due gruppi omogenei, verificare cosa funziona e perché, capire come trasportare le eccellenze da una parte all’altra. Questo è uno dei processi di emulazione o di “mastering”.
Partiamo da una differenza fondamentale: i soldi. Una squadra di calcio di serie A è composta da professionisti che hanno una remunerazione media che nessun gruppo di lavoro potrebbe mai eguagliare. Quindi vanno paragonati gruppi con stipendi simili. Questo è praticamente impossibile: i professionisti dello sport hanno un contratto a tempo determinato e con delle retribuzioni altissime. Un esempio come tanti: un giocatore di serie C di calcio guadagna dai 40.000 ai 60.000 euro netti annui. Esistono forse gruppi di lavoro formati da dipendenti con una retribuzione simile? Decisamente no.
Siamo costretti a scendere ancora di livello. Forse possiamo paragonare il mondo del lavoro a degli sport che non prevedono professionismo e che hanno come “remunerazione” un rimborso spese, molto cospicuo, senza troppe garanzie (malattie, tredicesime, contributi, buoni pasto, ecc.). Facciamo uno sforzo, fantastichiamo. Possiamo prendere ad esempio i giocatori di squadre di campionati intermedi (B1 o B2) di basket, pallavolo, pallanuoto, oppure categorie di promozione di calcio, consapevoli, però, che in questi gruppi ci sono delle discrepanze di rimborsi enormi: i “top player” possono prendere anche 2000 o 3000 euro al mese, mentre alcuni “panchinari” hanno solo il rimborso benzina. Immaginate un dipendente di una grande azienda che percepisce come stipendio 100 euro per la benzina? Difficile.
Facciamo finta che vada bene e cominciamo il gioco del paragone. Prendiamo due gruppi: una squadra di un campionato di serie B1 e un team di una grande azienda. Nello sport l’età è pressoché omogenea, lo scarto massimo può essere di 15 anni tra l’anziano della squadra e la giovane promessa. Nel mondo del lavoro ci sono anche 3 generazioni di distanza tra i dipendenti. Questo cosa implica? Linguaggio totalmente diverso, slang differenti. A Roma per esempio, i ragazzi per dire “non essere appiccicoso” dicono “non t’accolare” facendo riferimento alla colla, oppure per dire “stai sereno, va tutto bene” ti guardano negli occhi, con un aria distante, quasi scocciata e ti dicono con semplicità “scialla” e via dicendo. Vogliamo parlare dei valori o delle figure di riferimento? Gorbacov o Zuckerberg? Messi o Pelè? Madre Teresa di Calcutta o Minetti? Montale o Baricco? Tutto giusto e tutto sbagliato. Però questi portano con sé dei mondi e modi di essere diversi, che rendono difficile la comunicazione.
Seconda differenza macroscopica:  la capacità di condividere un obiettivo. Nello sport è semplice: vincere. Il più possibile, usando al meglio le potenzialità proprie e quelle dei compagni. Gara dopo gara, arrivare al massimo possibile. Chi non lo fa è semplicemente stupido. Un giocatore che si impegna poco viene allontanato, si fa velocemente una cattiva nomea e faticherà a trovare un posto in una qualsiasi altra squadra. Nel mondo del lavoro gli obiettivi vengono dall’alto, spesso sono incomprensibili ai più e sono quasi sempre imposti. Senza parlare della professionalità dei singoli, discorso che sarebbe troppo complesso e fuorviante.
Terza differenza fondamentale: un giocatore sceglie lo sport che ama. Un dipendente quasi sempre va a lavorare per necessità, magari è laureato in sociologia ma si occupa della contabilità di un’azienda. Come si può paragonare un appassionato dello sport che pratica ad uno che cerca di arrivare a fine mese e prendere lo stipendio?
Quarta discrepanza, non meno marginale: le diversità. Caratteri, abitudini, preferenze, attitudini, predisposizioni. Nello sport sono talmente necessarie che vengono accettate, potenziate e sfruttate per il bene della squadra. Nel mondo del lavoro i diversi vanno sopportati. Un esempio: se ho come compagno  un ragazzo che ha le ascelle particolarmente attive tanto che la puzza si sente a 2 metri di distanza, cosa faccio? Posso tranquillamente prendere in giro il malcapitato, tanto da costringerlo a lavarsi prima, durante e dopo gli allenamenti. Perché fa parte del gruppo, magari viene soprannominato “ascella” o “veleno”, ma è comunque parte del gruppo. Ha le stesse possibilità di giocare di chiunque altro. Nel lavoro bisogna sopportare questo difetto del collega, silenziosamente e pazientemente.
Quinta ultima grande differenza: i risultati. Nello sport ogni settimana c’è una gara, un feedback immediato del lavoro fatto. Il risultato è facilmente traducibile in percentuali, si possono valutare le responsabilità del singolo e della squadra, fare degli aggiustamenti e lavorare sulle potenzialità. Nel mondo del lavoro gli obiettivi sono, se va bene, trimestrali a volte annuali. Dal budget alla verifica nelle aziende si intervenire con modifiche difficilmente comprensibili o motivabili ai singoli, che spesso causano malcontenti, come ad esempio il cambio di leadership, la modifica delle mansioni, la formazione, il cambio dei processi produttivi. Cose quindi che destabilizzano i più.
Ora vi faccio una domanda: gestireste i gruppi come le squadre sportive?

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