In questi ultimi anni va di moda accostare le metodologie di gestione
delle squadre sportive ai team di lavoro. Per me è un grande errore. Le dinamiche
sono totalmente diverse e basterebbe ragionarci un po’ per trovare delle differenze
macroscopiche. Proviamo a farlo insieme.
Il mondo del lavoro ha degli sviluppi molto diversi dal mondo dello
sport. Valori, aggregazione, organizzazione, remunerazione, feedback, obiettivi sono alcune delle matrici
di disomogeneità. Vorrei ragionare in
particolare su cinque differenze, quelle cioè che ritengo macroscopiche e che
raccolgono gli elementi dell’elenco fatto poc’anzi.
Siamo costretti a scendere ancora di livello. Forse possiamo
paragonare il mondo del lavoro a degli sport che non prevedono professionismo e
che hanno come “remunerazione” un rimborso spese, molto cospicuo, senza troppe
garanzie (malattie, tredicesime, contributi, buoni pasto, ecc.). Facciamo uno
sforzo, fantastichiamo. Possiamo prendere ad esempio i giocatori di squadre di
campionati intermedi (B1 o B2) di basket, pallavolo, pallanuoto, oppure categorie
di promozione di calcio, consapevoli, però, che in questi gruppi ci sono delle
discrepanze di rimborsi enormi: i “top player” possono prendere anche 2000 o
3000 euro al mese, mentre alcuni “panchinari” hanno solo il rimborso benzina.
Immaginate un dipendente di una grande azienda che percepisce come stipendio
100 euro per la benzina? Difficile.
Facciamo finta che vada bene e cominciamo il gioco del paragone. Prendiamo
due gruppi: una squadra di un campionato di serie B1 e un team di una grande
azienda. Nello sport l’età è pressoché omogenea, lo scarto massimo può essere
di 15 anni tra l’anziano della squadra e la giovane promessa. Nel mondo del
lavoro ci sono anche 3 generazioni di distanza tra i dipendenti. Questo cosa
implica? Linguaggio totalmente diverso, slang differenti. A Roma per esempio, i
ragazzi per dire “non essere appiccicoso” dicono “non t’accolare” facendo
riferimento alla colla, oppure per dire “stai sereno, va tutto bene” ti
guardano negli occhi, con un aria distante, quasi scocciata e ti dicono con
semplicità “scialla” e via dicendo. Vogliamo parlare dei valori o delle figure
di riferimento? Gorbacov o Zuckerberg? Messi o Pelè? Madre Teresa di Calcutta o
Minetti? Montale o Baricco? Tutto giusto e tutto sbagliato. Però questi portano
con sé dei mondi e modi di essere diversi, che rendono difficile la
comunicazione.
Seconda differenza macroscopica: la capacità di condividere un obiettivo. Nello
sport è semplice: vincere. Il più possibile, usando al meglio le potenzialità
proprie e quelle dei compagni. Gara dopo gara, arrivare al massimo possibile. Chi
non lo fa è semplicemente stupido. Un giocatore che si impegna poco viene
allontanato, si fa velocemente una cattiva nomea e faticherà a trovare un posto
in una qualsiasi altra squadra. Nel mondo del lavoro gli obiettivi vengono
dall’alto, spesso sono incomprensibili ai più e sono quasi sempre imposti.
Senza parlare della professionalità dei singoli, discorso che sarebbe troppo
complesso e fuorviante.
Terza differenza fondamentale: un giocatore sceglie lo sport che ama.
Un dipendente quasi sempre va a lavorare per necessità, magari è laureato in
sociologia ma si occupa della contabilità di un’azienda. Come si può paragonare
un appassionato dello sport che pratica ad uno che cerca di arrivare a fine
mese e prendere lo stipendio?
Quinta ultima grande differenza: i risultati. Nello sport ogni
settimana c’è una gara, un feedback immediato del lavoro fatto. Il risultato è
facilmente traducibile in percentuali, si possono valutare le responsabilità
del singolo e della squadra, fare degli aggiustamenti e lavorare sulle potenzialità.
Nel mondo del lavoro gli obiettivi sono, se va bene, trimestrali a volte
annuali. Dal budget alla verifica nelle aziende si intervenire con modifiche
difficilmente comprensibili o motivabili ai singoli, che spesso causano
malcontenti, come ad esempio il cambio di leadership, la modifica delle
mansioni, la formazione, il cambio dei processi produttivi. Cose quindi che
destabilizzano i più.
Ora vi faccio una domanda: gestireste i gruppi come le squadre
sportive?



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