Un pensiero felice

Storia di un pensiero felice

Mi ritengo un integralista dello sport. Uno di quelli che ha delle idee molto precise su come si interpreta l'agonismo. Ho sempre diviso le attività sportive in livelli, fasce di merito e categorie oltre quelle istituzionali.
Ogni livello ha le sue peculiarità e le sue difficoltà, questo lo rispetto, però una terza divisione di pallavolo è un livello molto basso... il più basso. Parliamo della prima linea di demarcazione tra chi simpatizza per uno sport e chi prova, con pessimi risultati, a praticarlo.
Lo sport è alimentato da queste persone: innamorate della propria disciplina e incapaci di interpretarla al meglio. Sono dati oggettivi: un giocatore di pallavolo di basso livello, per intenderci una serie C di pallavolo, si allena mediamente tre volte a settimana e, se è uno di quelli che ci tiene molto, una volta a settimana va in palestra a fare pesi. Per queste persone la rete è ancora un fattore importante, molto importante, spesso limitante. La percezione del campo è diversa: quando attaccano, per loro, alcune zone del campo avversario sono precluse.
Sedici anni fa... quando ancora eravamo alla fine del secondo millennio, quando la pallavolo aveva il cambio palla e non esisteva il libero, insomma quando le regole erano diverse, ho avuto la fortuna di allenare un gruppo amatoriale, che era talmente motivato e guidato dal fuoco sacro dello sport, che mi sono lasciato coinvolgere in un campionato di terza divisione... femminile.
Il più basso livello della pallavolo agonistica in assoluto. Una porcheria.
Allenare queste ragazze è stata un'avventura unica.
La mia richiesta era semplice: il mio tempo in cambio del vostro impegno totale.
C'erano alcune variabili importanti: eravamo pari età, eravamo tutti universitari (allenavo un gruppo del Centro Universitario Sportivo - CUS Roma), mi avevano scelto come loro allenatore e avevo dichiarato che ogni partecipante del gruppo avrebbe contribuito al progetto: avrebbero giocato tutte, anche se poco, però ognuna di loro avrebbe partecipato ad ogni match!
Ho imposto regole ferree, spesso eccessive, ho cercato di estrarre il massimo da ogni singola persona, ho creato allenamenti duri, complessi e che richiedevano un livello di attenzione eccessivo, le ho costrette a modificare il loro approccio allo sport: da amatoriale ad agonistico.
Ho cercato di accompagnarle in questa crescita al meglio delle mie possibilità. Nel corso dei mesi sono stato per loro una guida, poi un riferimento fino ad arrivare ad essere percepito come un dittatore, costringendole alla ribellione. Il mio intento era quello di farle scegliere in autonomia, sentendosi responsabili ed adulte nello sport che stavano praticando.
Eravamo talmente entusiasti del nostro percorso che i nostri allenamenti avevano spesso spettatori, è capitato più volte che alcune persone che non conoscevano il gruppo erano convinti che fossimo una serie C o B per l'intensità degli allenamenti. Alle nostre partite erano presenti almeno 30 o 40 persone, qualunque fosse l'orario. Alla fine di ogni set avevo utilizzato il massimo di sostituzioni possibili, la girandola di cambi non minava l'equilibrio del gruppo.
Dopo due anni di lavoro insieme, la vita sceglie di incastrare le cose in modo strano: l'ultima partita del campionato, l'ultima partita da loro allenatore, è stata uno scontro al vertice, due squadre prime a pari merito. Stessi punti. Chi vinceva avrebbe avuto accesso alla seconda divisione femminile.
Sono passati quindici anni da quella sera, i miei ricordi sono ancora molto vivi. Credo che quella sera riassuma la mia visione di sport.
La palestra dei nostri avversari era gremita come non l'ho mai più vista nella mia vita. Tra i loro supporter e i nostri ci saranno state 150 persone, un numero folle per la terza divisione femminile.
Noi eravamo in 12, anche il capitano reduce dall'infortunio aveva velocizzato il recupero per essere presente alla gara, non poteva giocare però non voleva mancare. Avevo preparato la partita allenandole a controbilanciare i punti forti delle avversarie. Eravamo tesi e convinti dei nostri mezzi.
Tre momenti:
Primo set, chiamo il time-out, il capitano si mette davanti a me, mi anticipa e parla alle compagne... per la prima volta nella mia vita pallavolistica rimango in silenzio, ascolto. Prima una, poi le altre ragazze che esprimono il mio pensiero, le mie intenzioni, alla perfezione. Finisce il time out e ricomincia la gara. Vittoria per noi. Uno a zero. Cambio campo.
Metà del secondo set, eravamo in difficoltà avevamo perso la direzione, chiamo la palleggiatrice, quella in panchina, erano mesi che discutevamo alacremente sul suo modo di giocare e sul mio modo di vessare le compagne. Le chiedo di entrare e fare quello che vuole. Dieci punti di magia. Non sbaglia una scelta. Prende il gruppo e le accompagna di nuovo verso la vittoria. Due a zero. Cambio campo.
Il terzo set è volato via e abbiamo perso, lottando... le avversarie hanno giocato meglio.
Quarto set, ultimo punto, dopo un'azione lunga e agitata, una nostra giocatrice cambia, sceglie l'imprevisto: primo pallonetto della sua partita. Il pallone che tocca terra e noi vinciamo. La palleggiatrice che mi corre incontro e mi abbraccia: "ce l'abbiamo fatta!"
Cioè, noi. Non le ragazze ed io. Non l'allenatore e i giocatori. Noi.
Mai provata gioia più grande nello sport. Non ho mai sentito di appartenere ad un gruppo come quella volta.
Quando sono triste, quando le cose sembrano andare male ma veramente male, ritorno a quel giorno, a quel pomeriggio dove il livello più basso dello sport mi ha regalato la gioia più grande.
E' il mio "pensiero felice".

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